11. Scienza e Arte.
Dalla scuola dell' Essere a quella del Divenire

Tornate all'indice degli articoli

Il fare scuola è un fatto storico sociale che come tale obbliga di perseguire e provvedere alle necessità derivanti dai cambiamenti socio-economici, per collocarsi in modo adeguato entro un quadro di funzionalità sinergiche ai cambiamenti dello sviluppo di ciascuna epoca.(1)

Agli inizi del Terzo millennio si assiste a una rapida transizione tra la vecchia società industriale e la costruzione della nuova Società Europea della Economia della Conoscenza, denominata, durante il vertice straordinario delle politiche comunitarie di Lisbona del marzo 2000, con la sigla e.Europe.(2) In tale contesto, si è aperto un orizzonte, non privo di contraddizioni, nel quale era necessario ripensare complessivamente le finalità e quindi modalità organizzative e cognitive del fare scuola in rete, che sostanzialmente passano dal "saper essere" e "saper fare", quali caratteri propri della formazione in epoca industriale, a quella più variabile e interattiva del "saper divenire", poiché quest'ultima rappresenta la caratteristica strategica di una formazione permanente più strettamente integrata alle dinamiche di sviluppo innovativo contemporaneo.

La nuova ottica europea avrebbe dovuto incidere quindi fortemente sulle nuove prospettive di formazione proprio in quanto esse erano finalizzate a dare soluzione coerente ad una strategia di Lifelong Learning per lo sviluppo delle produttività del lavoro, strettamente correlata a una economia fondata sulla conoscenza. Il che, dopo otto anni, è solo parzialmente avvenuto per quanto riguarda la società europea e ancora più parzialmente per quanto riguarda l'Italia, se si escludono alcune esperienze di eccellenza che non sono però ancora riuscite a diventare sistema.

La maturità della scuola, in questo contesto di aderenza alle linee di sviluppo dell'Europa, si misura dalla capacità progettuale di inserimento nei circuiti dell'innovazione della ricerca e sviluppo europea. Ciò equivale all'uscita da una logica tradizionale di autoreferienzialità cognitiva propria del sistema educativo vissuto in epoca industriale, quando cioè la distanza della cultura del fare scuola dall'economia di mercato, rendeva la scuola una unità decentrata localmente, in maniera del tutto funzionale alla centralità imprenditoriale della fabbrica e dell'azienda, ove le conoscenze, prodotte altrove, venivano estratte e selezionate con abilità manageriali, per essere utilizzate in una logica di profitto.

La separazione funzionale della scuola dal mercato, durante tutta l'epoca della industrializzazione, è stata infatti imperniata sulla classica separazione tra pubblico e privato, la quale ha reso fattibile la suddivisione delle funzioni sociali, in luoghi della pura accumulazione di conoscenza, funzionali a una gestione separata delle attività economiche e produttive, queste ultime finalizzate a utilizzare, per lo più privatamente, l'innovazione cognitiva e tecnologica in funzione della concorrenza nello sviluppo dei mercati.(2)

Per capire gli elementi di criticità della società industriale che hanno innestato il passaggio da una cultura di decentramento della scuola e della ricerca, a quella contemporanea di integrazione tra conoscenze e sviluppo propria delle costruenda società europea post-industriale nella condivisione di conoscenza, è necessario focalizzare con perspicacia l'attenzione sul fatto che nella ormai obsoleta società industriale la separazione tra pubblico e privato ha avuto la funzione di favorire la libera scelta della imprenditorialità privata, dei contenuti cognitivi e del know-how che aveva la possibilità di essere direttamente applicato e incorporato in processi e prodotti, vendibili come servizi e merci sul mercato, quest'ultimo essendo gestito pressocché unicamente dalla proprietà e dal controllo privato.

Tale paradigma, basato sul presupposto che la ricerca e la formazione, quali attività capaci di accumulazione e diffusione delle conoscenze di base, fossero oggetto di investimento e regolazione pubblica, mentre le applicazioni di conoscenza integrata alle esigenze del mercato dovessero essere trattate separatamente da capacità manageriali, mediante logiche multidisciplinari di impresa a scopo di profitto, si è oggi in vero logorato in modo irreversibile, proprio a causa degli effetti prodotti dalla continua innovazione e della complessa dinamica di sviluppo globale, che richiede tempi sempre più rapidi di trasferimento e integrazione cognitiva, in modo da fornire risultati ottimali a breve termine, tra la crescita creativa delle conoscenze e la loro diffusione e applicabilità, al fine di innestare rinnovate e complesse strategie innovative nel mercato che tende verso una sempre più ampia globalizzazione.

È in tale scenario mondiale che oggi si sviluppa, certamente nell'ambito di contraddizioni di interessi e concezioni non sempre convergenti, l'Impresa Virtuale di Rete (Extended Enterpirise), basata sulla utilizzazione organizzata delle tecnologie di comunicazione interattiva, tra ambienti di Ricerca e Sviluppo, Scuole ed Agenzie di Formazione permanente e imprese delle produzioni e dei servizi. Tale cambiamento epocale, spesso indicato come sviluppo della NETWORKED-ECONOMY, produce tutta una serie di problematiche, che di per sé non sono né positive né negative, le quali certamente si concentrano nella capacità di dare sviluppo a una economia della conoscenza, che possa dare espansione al lavoro intellettuale, dato che il fenomeno dominante del cambiamento è sostanzialmente la sostenibilità dello sviluppo dei riguardi delle transizione quantitativa e qualitativa tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.(4)

È pertanto importante delineare una sintetica traccia nel quadro della drammaticità che si evidenzia, riguardante la capacità di effettuare scelte e iniziative coerenti per la sostenibilità e la solidarietà dello sviluppo nel settore della politica economica del lavoro .

Oggi, infatti, ci accorgiamo che c'è una relazione diretta tra la sempre più insicura richiesta di "flessibilità del lavoro" e l'ingrandirsi delle aziende a capitale azionario, associate in holding di impresa, che controllano più fabbriche per mezzo della maggioranza azionaria.

Osserviamo pertanto che il capitale finanziario entra in aperto conflitto con il lavoro, proprio sul terreno della trasformazione della società industriale, basato un tempo sulla centralità della fabbrica, quale effettiva unità di accumulazione della catena lineare del valore, mentre oggi l'azienda, che invece è una mera sovrastruttura giuridica, essendo sempre più espressa in termini di capitale azionario, subisce le variazioni oscillanti del mercato finanziario e pertanto richiede una sempre più ampia flessibilità del lavoro.

Bisogna quindi capire che il processo di accumulazione del capitale si è modificato profondamente, proprio per la continua espulsione del lavoro manuale dalla fabbrica, dovuto alla robotizzazione della produzione e alla perenne innovazione tecnologica, che di fatto hanno diminuito il saggio di profitto di impresa generato dallo sfruttamento della classe operaia, peraltro ricuperato in questi anni attraverso uno spostamento di ricchezza dai salati ai profitti. Pertanto, anche come conseguenza di un tale procedere dell'innovazione della produzione, si è utilizzata al contempo la scuola come parcheggio della forza lavoro, mentre si è dato sviluppo a dismisura ai servizi, in particolare a quelli pubblici, per fare da deterrente alla sempre maggior carenza di occupazione in fabbrica. Questo andamento della politica economica è stato sostanzialmente protratto per tutta la seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del secolo attuale, ma ora è in saturazione, così che i giovani, in particolare quelli laureati e diplomati, si ritrovano in condizioni di estrema precarietà in quanto non vedono prospettive per trovare un lavoro che dia loro condizioni di stabilità e di sicurezza nella loro vita futura. Quindi, senza una correzione della politica economica, certamente la rincorsa a massimizzare il plus valore estraibile dal sistema di produzione, prodotta primariamente dalla holding finanziarie, genera una forte instabilità, resa evidente dalle continue oscillazioni speculative del capitale azionario, che si riversano sulle condizioni di una sempre più ampia precarietà del lavoro.

La globalizzazione dell'economia sulla spinta dalle holding finanziarie è inoltre facilitata dal fatto che oggi è possibile operare in borsa senza alcun limite di spazio e di tempo, muovendo masse enormi di capitali che oscillano tra una parte e l'altra del mondo, come un vortice, offrendo sempre minore stabilità e affidabilità sia al lavoro dipendente sia ai piccoli investitori. Questi ultimi infatti recentemente e nel giro di poco tempo hanno in gran parte annullato i benefici speculativi, mentre la ricchezza si concentra sempre più in poche mani della più forte proprietà azionaria. Ciò vuol dire che tra il mondo della produzione, specie di quello della Piccola e Media Impresa (PMI), che ha la maggior capacità di sviluppo del lavoro, e quello della proprietà azionaria, si apre un abisso sempre più profondo, che conduce a una concentrazione di potere fortemente autonomo dalla stessa produzione di beni. Quindi, è il potere finanziario che, diventato autoreferenziale ed egemone quale gestore indiscusso del capitale, può vantarsi persino di porsi a difesa della PMI, favorendone leggi adeguate alla flessibilità del lavoro, ovvero alla sua effettiva precarizzazione - come unica possibile salvezza del sistema di produzione dal pericolo di un collasso.

L'antidoto a questa situazione non avrà efficacia immediata, ma certamente esso ha il suo fulcro in una organizzazione responsabile della crescita di conoscenze non più separata da ciò che appartiene a un ciclo economico, ma che viceversa dovrà essere strettamente correlata alla capacità consapevole di fare impresa a elevata comunicazione interattiva, tra Università, Enti di Ricerca, Scuole ed Imprese innovative, per determinare le condizioni di sviluppo sostenibile e solidale nell'ambito di una condivisione di conoscenze tra pubblico e privato a garanzia di una capacità di integrazione equamente comparata tra valori sociali e valori economici. Dovrebbe trattarsi, come insisteremo più avanti, di una vera e propria missione nazionale, in grado – per esempio a livello della formazione – di saldare più astrazione e più pratica nell'insegnamento. Nel senso di una rivalutazione del lavoro e delle conoscenze professionalizzanti, assieme alla padronanza dei principi e dei processi che presiedono all'innovazione. Solo così, peraltro, si potranno attrezzare le persone a non diventare rapidamente obsolete nel prosieguo della loro vita lavorativa e ad essere in grado di aggiornarsi continuamente.

Se pertanto non vogliamo che la globalizzazione del libero mercato diventi ostile e negativa per crescenti settori della nostra società - come in effetti sta accadendo, con contraccolpi politici che si possono già immaginare - soprattutto tra i giovani, poco predisposti culturalmente e cognitivamente al cambiamento e tenendo inoltre bene in mente il forte regresso dei Paesi via di sviluppo causato dal Digital Divide, quale ulteriore deterrente del gap-tecnologico della loro economia, allora dobbiamo riconoscere il dovere primario di predisporre un'educazione fortemente comunicativa in rete, capace di esaltare gli aspetti positivi della globalizzazione al fine di compensarne gli evidenti squilibri generazionali e mondiali e di fornire gli strumenti di continua adattabilità ad un mondo attraversato da una rivoluzione tecnologica permanente, senza i quali né le persone né un Paese saranno in grado di padroneggiare il proprio futuro.

Per attuare quanto sopra, sarà imperativo iniziare dal modificare quelle reazioni dovute a una forma di strabismo culturale le quali, facendo riferimento al passato dell'educazione e alla sua improbabile conservazione, non fanno altro che acuire irresponsabilmente la separazione tra scuola e lavoro, mantenendo quella distinzione di ruoli tra scuola e impresa che ormai risultano entrambi incapaci di correlare l'educazione alla crescita di risorse umane, queste ultime viste in termini di competenze cognitive e sbocchi professionali innovativi, tali che siano socialmente ed economicamente produttive di un nuovo contesto della "globalizzazione equa, solidale e sostenibile dello sviluppo".

Contemporaneamente, sarà necessario realizzare una co-progettazione di NET-Learning per creare un'impresa virtuale ad elevato livello di conoscenza, specificatamente orientata verso il superamento dell'auto-referenzialità di ciascuna scuola, finalizzando le prospettive formative verso la priorità di comprensione dello sviluppo contemporaneo, secondo i criteri e le modalità emergenti dal processo di costruzione della Società Europea della Economia della Conoscenza.

Questo è naturalmente un lato del problema, essendo l'altro storicamente lo scarso contenuto tecnologico delle produzioni italiane, più orientate (quando lo sono) all'innovazione incrementale dei prodotti e alla ricerca di nicchie di mercato, piuttosto che all'innovazione dei prodotti e a produzioni ad alto contenuto tecnologico. Il che vuole dire che sul versante delle imprese esiste un blocco alla utilizzazione e all'espansione del lavoro intellettuale di profilo più alto, nonché la tendenza a utilizzare quello esistente in mansioni professionalmente povere. Tanto è vero che tuttora le imprese continuano a investire pochissimo nel campo della formazione interna, oltre a essere restie ad investire in ricerca e sviluppo. Corollario di tutto ciò è il noto fenomeno della dequalificazione e della svalutazione della forza lavoro, le cui competenze scolastiche – specialmente nel settore dei servizi – non danno più nessuna garanzia di impiego all'altezza delle attese degli interessati. In altre parole, esiste un sempre più accentuato dislivello tra competenze offerte e competenze utilizzabili, e una delle cartine di tornasole del fenomeno è dato proprio dal fenomeno della fuga dei cervelli e dalla contemporanea importazione di mano d'opera impiegata per lavori pesanti e a scarso contenuto professionale, anche quando l'immigrato è in possesso di una formazione superiore. Sarà perciò tutto da verificare se le politiche economiche e industriali saranno orientate, come finora non sono state se non in modo assai poco sistematico, a costruire quell'impresa virtuale ad elevato livello di conoscenza, di cui abbiamo segnalato più sopra la necessità.

Non si vuole con ciò dire che in Italia non esistano esperienze e tentativi di produzione basate su alti livelli di conoscenza, così come è vero che esistono nell'ambito della scuola tentativi di collegare più strettamente conoscenze e pratica, ma che il tono generale esistente, sia nelle culture politiche sia in quelle imprenditoriali, non tenta nemmeno di misurarsi seriamente, se non in solenni dichiarazioni di convegni e sui media, con il problema di fondo, segnalato in queste note, della costruzione di una Società della conoscenza. Tra le tante denunce sul declino dell'Italia, oggetto di dispute verbali continue, corredate da esempi e contro esempi, quello che finora non è emerso con forza è proprio l'aspetto culturale di tutta la questione, collegato alla scarsa formazione scientifica di massa e al permanere di una mentalità tardo-umanistica nei ceti dirigenti, che rende del tutto opachi alle nuove generazioni il senso e la direzione della rivoluzione tecnologica in corso. Cosicché si addestrano proprio le giovani generazioni a essere dei consumer di tecnologia, piuttosto che dei generatori di tecnologia, oltre a permanere – quando ci sono – in visioni sbagliate della scienza.

Concludendo, si spera, se non è ormai troppo tardi, che si sappiano affrontare queste tematiche dello sviluppo, iniziando intanto con l'evitare quella classica separatezza tra chi si occupa in modo falsamente neutrale di scienza e tecnologia della educazione, relegando in un cantuccio, a volte con disprezzo e intolleranza intellettuale, le problematiche più pressanti dell'economia politica e della formazione, come se fossero questioni fuori tema, prive di una appropriata significanza e di una valenza strategica.

Il testo, presentato come Premessa al Forum su Net-Learning del TED (technology&eduntainment days) 2002 di Genova, è stato rivisto e aggiornato da PierLuigi Albini.

Sul tema affrontato in questo articolo si può fare riferimento alle seguenti indicazioni sitografiche    libri
  1. Premessa al Forum su "Net.Learning" al TED 2002
  2. e.EUROPE
  3. Economia della Conoscenza Condivisa
  4. Dalla Catena alla ragnatela del valore
  5. Business-Labour University
    Net-Learning

Torna all'archivio biblioteca